FINANZA/ Il balzo del Pil negli Usa? Il trucco c’è ma non si vede

da ilsussidiario.net
Finanza
Mauro Bottarelli

Venerdì 30 ottobre 2009

Due notizie, per iniziare. Primo, anche Goldman Sachs è umana e a volte, come questa, sbaglia le previsioni. Secondo, la recessione è finita visto che il Pil Usa è cresciuto del 3,5% contro il 3,3% previsto dagli analisti. Evviva. La Casa Bianca e il Tesoro hanno subito salutato la notizia come «una pietra miliare». 

Ma, siccome non sarei io se non dicessi le cose come stanno, spegnete subito gli entusiasmi: questo dato, infatti, assomiglia tremendamente a quelli diffusi dagli enti cinesi preposti alle rilevazioni, ovvero sono taroccati. Come è presto detto. Ciò che ci viene comunicato da Washington è tutto verissimo, peccato che questi risultati siano stati resi possibili dalle manovre di stimolo messe in atto dal governo: senza quelle, oggi staremo parlando di depressione in atto e Wall Street, invece di festeggiare, avrebbe la freccia rossa. 

Se infatti il progresso del Pil ha superato le attese degli analisti, secondo i dati disaggregati forniti dal dipartimento del Commercio, questo recupero ha ricevuto una consistente spinta dai programmi di incentivi alla rottamazione di auto approntati dal governo: le spese su beni di consumo durevoli del settore manifatturiero – dove viene inserita l’auto – hanno messo a segno un tasso di crescita del 22,3% su base annua, il più forte dalla fine del 2001. 

Un ulteriore contributo positivo è giunto dal mercato immobiliare, che sembra aver svoltato rispetto alla fase di contrazione nel corso dell’estate: le spese su progetti edilizi hanno segnato un aumento annuo del 23,4%, il maggiore dal 1986. Secondo le tabelle storiche è la prima volta dal 2005 che questa voce segna una variazione positiva: anche in questo caso, però, si sconta l’effetto di misure governative, in particolare un credito d’imposta da 8mila dollari a favore di chi acquistava la prima casa. 

Questa misura si esaurirà a fine novembre ma il Congresso sta studiando una sua possibile proroga: fino a quando non si sa, visto che la Fed continua a mettere in giro denaro a costo zero in quantità industriale, stampando e stampando denaro dal nulla per dare la sensazione che l’economia sia ripartita e la crisi alle spalle. 

Non è così e lo sapete bene anche voi. A confermare ciò che dico la notizia che GMAC Financial Services, il braccio finanziario della General Motors, starebbe chiedendo un terzo intervento di sostegno al Tesoro statunitense che ha già versato 12,5 miliardi di dollari alla società e ne è diventato azionista al 35%. La profonda crisi di GMAC rappresenta una conferma indiretta della attuale situazione del credito al consumo negli Stati Uniti d’America, un comparto di attività finanziarie un tempo floridissimo e che consentiva alle entità appositamente create da imprese industriali e banche di contribuire significativamente ai profitti delle rispettive case madri: in qualche caso, come in quello della emanazione finanziaria della General Electric, per importi che rappresentavano anche il 50% del totale.

Ora non più: capite quindi perché è importante disaggregare i dati de Pil e guardare voce per voce il perché di tanto ottimismo immotivato, ad esempio nel trainante settore auto. «Sembra proprio che ora l’economia stia in piedi con le proprie gambe ma la domanda da porsi è quando svanirà l’effetto magico degli stimoli governativi e cosa succederà dopo», si domandava ieri Chris Rupkey della Bank of Tokyo-Mitsubishi a New York. «Questa è la domanda da un milione di dollari che 16 milioni di disoccupati si stanno ponendo dal basso della posizione in cui sono scivolati non per colpa loro», concludeva.

 

Un altro economista di primo livello, John Silvia di Wells Fargo, utilizza addirittura il bisturi per sezionare quanto sta accadendo: «La domanda da porsi è una sola, ovvero per quanto questo tipo di programma di stimolo – che ha consentito ad esempio il buon dato immobiliare grazie alle iniezioni spaventose a Fannie Mae e Freddie Mac – sarà sostenibile per la Fed. Noi abbiamo fatto un calcolo che purgasse le manovre di stimolo e il risultato del Pil è 2,4% per il 2010». 

In molti, poi, cominciano a dire chiaro e tondo che in Borsa abbiamo visto i massimi dell’anno e che stiamo per andare incontro a una contrazione del 10% almeno, stando a Cramer «dopo la salita ora la “v” sta mostrandoci la sua gamba in discesa, la crisi è tutt’altro che terminata. Prendete beneficio di quanto investito e mollate tutto», il suo consiglio dal sito di Cnbc. 

E ieri la risposta alle preoccupazioni degli economisti è giunta indirettamente dal segretario al Tesoro, Tim Geithner, secondo cui «la Federal Reserve dovrebbe perdere l’autorità di salvare grandi società finanziare in crisi come Aig e Bear Sterns. La Fed – ha spiegato Geithner – dovrebbe mantenere la facoltà di agire come creditore di emergenza ma solo a società solvibili in tempi di grave crisi e con il consenso del Tesoro. Ogni società che si mette nelle condizioni di non poter sopravvivere senza aiuti straordinari da parte del governo deve affrontare le conseguenze di un fallimento», ha concluso Geithner. 

Il quale, però, finge di non sapere che sull’orlo del fallimento, oggi come oggi, c’è mezzo paese che vive artificialmente con i soldi dei contribuenti finiti sul lastrico per la crisi: paradossi del capitalismo in salsa sovietica. Ad onor del vero, lo stesso Geithner ha ammesso poco dopo che «la disoccupazione resta elevata in modo inaccettabile. Per ogni persona che ha perso il lavoro, per ogni famiglia che perde la casa, per ogni piccola impresa che ha difficoltà di accesso al credito, la recessione resta viva e acuta». Come uscirne non è dato a sapere. 

Chi invece viaggia come una locomotiva e punta a un ruolo di duopolio con gli Usa, ovviamente in condizione di superiorità, è la Cina: utili in crescita del 19% nel terzo trimestre, infatti, per la Industrial & Commercial Bank of China, primo dei quattro giganti statali del credito del Dragone. Prima banca al mondo per capitalizzazione in Borsa, ha visto il risultato netto di bilancio sospinto dall’aumento di entrate mentre espandeva la concessione di prestiti, affiancando i massicci interventi decisi da Pechino a sostegno dell’economia.

Sui primi nove mesi dell’anno Icbc ha concesso crediti per oltre 1.000 miliardi di yuan, quasi 100 miliardi di euro e le entrate derivanti da interessi e commissioni sono cresciute del 19%. Tra luglio e settembre il gruppo ha realizzato utili netti per 33,8 miliardi di yuan, 3,35 miliardi di euro, pari a 0,10 yuan per azione. Icbc ha riferito che a fine settembre l’ammontare complessivo del suo patrimonio di attività risultava aumentato a 11.700 miliardi di yuan, o 1.161 miliardi di euro. 

Sempre ieri anche la Bank of China, terzo istituto di credito cinese, ha pubblicato i suoi risultati, l’utile netto è aumentato anche in questo caso del 19%, a 21,1 miliardi di yuan, o 2,09 miliardi di euro, mentre le entrate per interessi sono cresciute dell’8% a 40,8 miliardi di yuan. Per parte sua Bank of China ha effettuato prestiti per 1.400 miliardi di yuan nei primi nove mesi, mentre l’ammontare totale del suo patrimonio di attività è salito del 19,9% a 8.300 miliardi di yuan, 824 miliardi di euro.

Insomma, numeri che devono far paura ma che sostanzialmente lasciano invece tranquilla la dormiente amministrazione Usa: finché la Cina ha surplus comprerà il debito statunitense e i due giganti si manterranno in vita l’un l’altro, uno comprando il debito, l’altro assorbendo la messe di export sul suo mercato asfittico e goloso di beni a costi ridotti e garantendo una sottovalutazione dello yuan. Ecco, a mio avviso, come va letto il dato del Pil Usa.

 

FINANZA/ La “strategia” di certe banche contro imprese e famiglie

da ilsussidiario.net
Finanza
Mauro Bottarelli
venerdì 17 luglio 2009

Pensavo di aver esaurito il capitolo dedicato all’Europa e al perché pagherà più caro di tutti il conto alla crisi economica. Pensavo, infatti. Poi quando ti arriva sulla casella di posta elettronica un bel sondaggio di Merrill Lynch in base al quale, nonostante la Cina stia traballando non poco, il 63% dei fondi d’investimento si getterà anima e cash nei mercati emergenti, Cina e Indonesia in testa e si piazzerà invece short su qualsiasi assets abbia denominazione Ue, allora capisci che non c’è mai fine alle conferme.

Il 54% degli interpellati – e parliamo di 221 fondi che gestiscono nel complesso 635 miliardi di dollari – è pronto a porsi in posizione overweight sui mercati emergenti, tanto da portare Gary Baker, capo dell’equity strategy di Merrill Lynch per l’Europa, a dire che «il sentimento verso quei mercati è talmente sovraccarico da creare più di un disappunto». Anche perché il 30% dei fondi ha chiaramente detto che i loro portafogli europei per il prossimo anno saranno strategicamente underweight a causa «della sopravvalutazione dell’euro e degli stimoli dei vari governi».
C’è poco da stare allegri, quindi. Ma non solo per noi, visto che comunque la Cina continua sia ad accumulare riserve – ha toccato nei giorni scorsi i 2000 miliardi di dollari – e a comprare i titoli del debito americano, ma rischia di non essere in grado di gestire quella massa enorme di capitale: sarà costretta, temono a Washington, a cominciare a scaricare dollari. Ma dove?

Tutto questo mentre nel silenzio generale la Banca Mondiale ha reso noto a chiare lettere che l’economia globale sta virando verso una spirale deflazionistica se non si sarà in grado di mettere in campo una seria politica di taglio della capacità industriale, situazione necessaria per evitare nuovi spasmi di stress finanziario e nuovi pacchetti di salvataggio. Anche perché la via maestra per uscire da queste situazioni, ovvero la svalutazione, non è percorribile.

Ma proprio dall’Asia, il mercato visto come l’Eldorado dai fondi, arrivano le notizie peggiori, questa volta da parte di Stephen Roach, direttore di Morgan Stanley Asia. Ecco il suo pensiero: «Quanto accaduto a Citigroup deve farci capire che la crisi non è finita e che le svalutazioni miliardarie saranno ancora all’ordine del giorno. La reazione del mercato al carattere anemico della ripresa è sicuramente euforica ed è attualmente nulla più che il riflesso di un eccesso di liquidità pompata nel sistema dalle autorità monetarie. Ma questo non può durare e la cosiddetta ripresa che qualcuno sta intravedendo si tramuterà in qualcosa di sgradevole. Nessuno si chiede dove sia la domanda, io me lo chiedo. Girate per il mondo, venite qui nell’Asia dei miracoli economici e ditemi dove vedete una ripresa della domanda? Lasciamo stare l’ottimismo da green shots, quindi e guardiamo ai fondamentali: il sistema sta continuando a funzionare perché è sotto la flebo dei soldi governativi, da solo non sarebbe in grado di fare nemmeno quattro passi».

Quindi, poche speranze per almeno metà abbondante del 2010. Qualcosa, però, nel frattempo si può fare. Ad esempio comportarsi come il governo britannico che – a fronte del peggior incremento del tasso di disoccupazione da 20 anni a questa parte, giovanile in testa – ha detto chiaro e tondo alle banche che con il Libor, il tasso di riferimento con cui si scambiamo cash gli istituti, all’1% (non accadeva dal 1986) è inaccettabile che si facciano mutui al 3,25% quando la gente già fatica ad arrivare alle fine del mese. Quindi, o ci si dà una regolata o le banche – soprattutto quella nazionalizzate e semi-nazionalizzate, quindi che non possono tecnicamente fallire e non necessitano di accumulare riserve proprio ora – dovranno pagare un prezzo molto alto a livello di penali.

Sarebbe bello che anche in Italia qualcuno cominciasse a dire qualcosa del genere, invece di preoccuparsi di questioni che purtroppo investono l’Ue se non addirittura il G8: il governo dica chiaro e tondo ai banchieri che la crisi non è passata e la loro primaria missione deve essere quella di sostenere le imprese e le famiglie. Questo, in un contesto ancora buio, sarebbe un raggio di luce da cui ripartire e soprattutto un messaggio di realismo e responsabilità: non è accettabile che con i soldi dei Tremonti-bond si facciano fidi e prestiti alle squadre di calcio per fare la campagna acquisti (succede ancora, state tranquilli) e non all’imprenditore che con fatica manda avanti una fabbrica con dieci operai.

Se fate un giro a Londra in Baker Street i nostri marchi dell’arredamento hanno atelier amati e frequentati dalla Londra bene che vuole l’eccellenza artigiana italiana: non capirlo e continuare a rincorrere le speranze da grande industria decaduta di Fiat (a proposito, dopo i giorni da leoni a Detroit avete notizie dei capitani coraggiosi di Torino?) è disfunzionale, sciocco e suicida in un momento simile. Tremonti agisca sulla leva del credito e sarà un primo passo fuori da questo mare di guai.

Fonte: ilsussidiario.net

BANCHE E TASSI

BANCHE: ARTIGIANI CGIA, TASSI A BREVE I PIU’ CARI D’EUROPA
VENEZIA – I tassi di interesse a breve termine applicati dalle banche alle aziende italiane sono i più alti tra i principali paesi d’Europa. A sostenerlo, in una nota, sono gli artigiani della Cgia di Mestre che hanno sviluppato un’indagine sul rapporto tra banche ed imprese avvenuto in Europa in questi ultimi mesi di profonda crisi. A maggio di quest’anno, secondo la Cgia, i tassi applicati in Italia per prestiti inferiori ad un anno toccano la soglia del 4,37%, contro il 4,02% della media dei 16 Paesi appartenenti all’area dell’euro ma, soprattutto, contro il 4,13% della Germania, il 3,98% della Spagna, il 3,70% dell’Olanda e il 3,37% della Francia. Solo i paesi cosiddetti “minori” come Grecia (6,14%) e Portogallo (4,68%), sottolineano dalla Cgia, presentano percentuali superiori all’Italia. “E’ vero – rileva Giuseppe Bortolussi segretario della Cgia – che in Italia la contrazione dei tassi avvenuta nel periodo preso in esame, pari al 2,44%, è stata la più elevata tra i Paesi presi in esame. Ma ciò non toglie che lo spread rispetto l’Euribor era e rimane, chiaramente, il più alto tra i paesi leader dell’Ue”.

ANSA 11 07 2009

Nuovi indici FTSE Italia

A Piazza Affari sbarcheranno i nuovi indici FTSE Italia creati per sostituire gli attuali indici di mercato a seguito dell’integrazione fra Borsa Italiana ed il London Stock Exchange.

In particolare, l’indice S&P/Mib, paniere di riferimento delle blue-chips italiane, verrà sostituito dal nuovo indice FTSE MIB. Nulla cambia a livello di paniere, dato che restano gli stessi partecipanti, la metodologia di calcolo ed i relativi pesi. L’indice sarà quindi composto da 40 titoli, gli stessi che avevano fatto parte del S&P/Mib sino a venerdì scorso.
FTSE MIB è il principale indice di benchmark dei mercati azionari italiani. Questo indice, che coglie circa l’80% della capitalizzazione di mercato interna, è composto da società di primaria importanza e a liquidità elevata.
L’Indice è stato creato per essere più adatto al trading di future e opzioni, sostituendo il MIB 30 quale indice di benchmark per gli ETF (Exchange Traded Funds) e per il monitoraggio di titoli a elevata capitalizzazione nel mercato italiano.Ciascun titolo viene analizzato per dimensione e liquidità e l’Indice fornisce complessivamente una corretta rappresentazione per settori. L’Indice FTSE MIB è ponderato in base alla capitalizzazione di mercato dopo aver corretto i componenti in base al flottante.
Le società componenti l’Indice FTSE MIB sono selezionate, dopo una rigorosa analisi dell’universo azionario italiano allargato, in modo da garantire agli investitori che l’Indice rappresenti nel miglior modo possibile i mercati azionari italiani.
Possono essere inclusi nell’Indice FTSE MIB tutti i titoli negoziati sul mercato principale della Borsa Italiana, a eccezione delle azioni di risparmio e delle azioni privilegiate. Tuttavia se una società ha azioni ordinarie non quotate o con liquidità minore delle azioni di risparmio o delle azioni privilegiate, è possibile includere anche tali azioni di risparmio o azioni privilegiate.
È possibile includere società estere quotate solo se rispettano i requisiti di Borsa Italiana in fatto di divulgazione delle informazioni.
Il Gruppo direzionale congiunto di FTSE Italia analizza rigorosamente le condizioni finanziarie e operative di ciascuna società. L’obiettivo è quello di aggiungere all’Indice società ritenute stabili, rendendo in tal modo minimo il turnover dell’Indice.

L’indice Mibtel sarà sostituito dal nuovo indice FTSE Italia All-Share, che si comporrà di 250 titoli rispetto ai 275 attuali. Il paniere dunque cambierà un po’ e vi sarà un livello minimo per la liquidità ed il flottante. Altra particolarità sarà l’inclusione di una sola categoria di azioni. Il nuovo indice avrà una rappresentatività del 95% della capitalizzazione di borsa, rispetto al 98% del vecchio Mibtel.

L’indice Midex verrà sostituito dall’indice FTSE Italia Mid Cap ma il paniere sarà una versione raddoppiata del vecchio Midex. Infatti, saranno ben 60 le società componenti il paniere, rispetto alle 30 attuali. Molte le nuove entrate e ben diversi i pesi rispetto a quelli che conoscevamo per il Midex.

L’indice All Stars diventerà FTSE Italia Star che non vedrà sostanzialmente modificati né i componenti il paniere né i pesi rispetto all’attuale paniere.

Ci sono poi delle new entry:

- L’indice FTSE Italia Small Cap sarà un benchmark rappresentativo delle società a minore capitalizzazione, composto da 150 società che prima confluivano nel più vasto calderone del Mibtel.

- L’indice FTSE Italia Micro Cap sarà un’opportunità per mettere in luce le società, venticinque in tutto, a più bassa capitalizzazione.

Infine ci sono gli indici FTSE Italia settoriali, che oltre alle altre diversità rispetto ai vecchi indici Mib Settoriali, avranno un vantaggio non indifferente, la trattazione in continua.

ADVISOR Giugno 2009

Riportiamo l’articolo “Aspettando l’Albo” pubblicato sul mensile ADVISOR di giugno 2009.

S&P 500 (25/05/09)

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Stacco dei dividendi di lunedì 25 maggio, l’elenco delle società

Sono 12 le società del listino milanese che lunedì 25 maggio staccheranno il dividendo.

In dettaglio tra le big quoteranno ex-cedola.

Azimut Holding(0,10 uro);

Basicnet (0,10 euro);

Gas Plus (0,15 euro);

Granitifiandre (0,05 euro);

Greenvision Ambiente (0,120 euro);

Ima (0,90 euro);

Kerself (0,10 euro);

Marr (0,43 euro);

Nice (0,052 euro);

Sabaf (0,70 euro);

Sat (0,10 euro);

Sopaf (0,005 euro).

S&P 500 (11/05/09)

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Analisi Operativa Future S&P MIB (03/11/2008)

Nel nostro sito trovate un’analisi operativa sul Future S&P MIB.

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Analisi Operativa Azioni Italia (27/10/2008)

Nel nostro sito trovate un’analisi operativa su Azioni Italia.

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